Wednesday, January 09, 2008

Michele Mari, "Verderame"


La copertina di "Verderame" (Einaudi 2007) è una vecchia illustrazione di Karel Thole - una vecchia copertina di Urania (questo lo dico per i fan di Michele Mari(*))
"Verderame" è un breve romanzo pseudoautobiografico. Si svolge nella casa di campagna dei nonni di Michele Mari (pseudo Michele Mari, meglio), trasformata per la bisogna narrativa dall'autore e dal suo amore per un certo tipo di fantastico. Si svolge nel 1969, avendo allora sia il protagonista, Michelino, che l'autore, Michele Mari, 13 anni e mezzo.
Almeno un altro racconto di Michele Mari si svolge nel medesimo spazio, "Euridice aveva un cane"; però la casa dei nonni ha tutt'altro aspetto, in quel racconto, essendo diverse le esigenze narrative. La casa dei nonni si trova a Nasco (in "Verderame"), ovvero a Scalna (in "Euridice"). Entrambi i toponimi, a quanto mi risulta, non esistono nel Varesotto; e sono quasi anagrammi l'uno dell'altro.
[Non credo che reggerò questo stile asciutto/semplice per tutto il post, nda]

Non sto facendo le pulci ai dati autobiografici contenuti nel romanzo: il fatto è che la trasformazione dei fatti attraverso un consapevole uso dell'immaginazione (letteraria, visionaria, infantile) è uno dei punti centrali di "Verderame", nonché uno dei leitmotif nell'opera di Mari.

La vicenda narrata in "Verderame" è infatti l'indagine del tredicenne Michele alla ricerca del passato di Felice, contadino 60enne, tuttofare della casa dei nonni, semianalfabeta e solitario, che sta perdendo la memoria.
Il Felice, perfetto esempio di bêtise benevola col suo aspetto "mostruoso" ( è un omone bruttissimo con una cicatrice e una grossa voglia sul viso, e maneggia impunemente i velenosi e bellissimi cristalli di verderame per le viti), fornisce gli indizi che il già dotto Michelino adopera per aiutarlo a ritrovare le cose che svaniscono nella sua memoria (svaniscono o si trasformano in convinzioni fantastiche, al limite della demenza).
In un certo senso "Verderame" è un giallo, come ha notato Stefano Giovanardi (mi pare) su Repubblica una settimana fa.
Le progressive rivelazioni di Felice sono vere malìe per la fantasia di Michelino, già perdutamente innamorato dei mondi di Stevenson, Melville, Hoffmann, Poe. E anche la fonte di tali rivelazioni - il "mostro" Felice - e la lingua con la quale sono narrate - un dialetto lombardo rurale, stretto ma comprensibile - danno a tali segreti disvelati un'ulteriore aura di mito.

Michelino è anche la voce narrante di "Verderame", ma spesso emerge la voce adulta che quelle vicende ricorda e racconta, cioè lo pseudo Michele Mari. In uno di questi punti il vero narratore parla della "mia ostinazione a rimanere bambino e non crescere mai, lo voglio adesso figuriamoci a tredici anni e mezzo..."
Sta in questa duplice identità e nella sua latente patologicità il cardine su cui poggia e si articola "Verderame"; ma i due doppi che si intuiscono nella voce narrante non sono il 13enne Michelino e lo pseudo Michele Mari adulto, bensì il bambino-adulto sognatore e immaginifico e il suo alter ego razionale che svolge con logica e concretezza la sua indagine, cercando di discernere ciò che è reale e ciò che è fantastico nelle parole di Felice.

Questa dualità tra immaginazione e realtà ricorre in altre opere di Mari: la si trova in varie figure di "Tutto il ferro della Torre Eiffel", a cominciare dal protagonista, Walter Benjamin; è all'origine del conflitto nell'adolescente Giacomo Leopardi in "Io venìa pien d'angoscia a rimirarti" - conflitto che sfocia in una "mostruosa" e fantastica malattia, la Licantropia; è incarnata, quella dualità, nei personaggi del capitano Torquemada, immobilizzato dalla cancrena, e del Secondo, Menzio, crudelmente e ottusamente materialista; e anche in "Rondini sul filo" un altro pseudo Michele Mari narratore ha due facce, una delle quali segnata da una morbosa, patologica e visionaria gelosia.
In "Verderame" le esplicite figure del doppio sono più d'una: lo stesso Felice ha in sé ad un tempo il contadino concreto e pragmatico e il "pazzo" che si è costruito un mondo popolato di terrifiche entità (il Gran Coniglio, le voci dei francesi sepolti nell'orto, le "lumache francesi" inviate da quelli a spiare Felice, le presenze ctonie nella cantina). Per Felice, inoltre, ci sono persone che hanno un doppio che sta dormiente e sepolto; una di tali persone è il nonno di Michelino, il cui doppio ha sostituito il "nonno di prima" da anni; ma anche el Michelin, confessa Felice, ha un doppio "morto" che potrebbe una volta o l'altra prendere il sopravvento e sostituire il Michelino che è amico di Felice.

Questo topos del Doppelgänger (riguardo al quale Michelino non manca di ricordare il film "L'invasione degli ultracorpi") si accompagna, nei libri di Mari, a quello della malattia: Felice ha una malattia mentale degenerativa, come si diceva; anche i personaggi delle altre opere di Mari che ho citato hanno tutti delle patologie, reali o fantastiche. E anche in "Euridice aveva un cane" la vicenda si sviluppa sul cambiamento segnato dalla malattia e dal ricovero della Flora: Michele, tanto legato a quella vicina e al suo cane Tabù, non si decide mai ad andarla a trovare in ospedale, quasi temesse di vedere spezzato l'incanto rurale che vedeva in Flora e nella sua casa contadina; finché Flora muore e di Tabù non si hanno notizie: e il senso di colpa del protagonista è un macigno.

Tornando a "Verderame" e tenendo presenti in comune con le altre opere di Mari, va sottolineato che il 13enne Michelino è l'unico personaggio, tra quelli combattuti nella dualità tra realtà e immaginazione, che vive in perfetto equilibrio nei due registri, senza malattia, senza conflitto. Ricordando (Goya) che "il sonno della ragione genera mostri", per il ragazzino appassionato lettore di romanzi, quei mostri sono bellissimi e seducenti, quasi che per lui l'aforisma potesse ribaltarsi: i mostri fanno sognare la ragione.
Magari è in questo senso che lo pseudo Michele Mari vuole restare bambino.

Ultima annotazione per gli anagrammi: oltre a (l)Nasca/Scalna, in "Verderame" c'è un passo dove il narratore pensa alla madre di Felice ("l'uomo del verderame") completamente cancellata dai ricordi del figlio: "...verderame, mare verde, madre vera, vera merda...". Se ce ne sono altri, di anagrammi, non li ho trovati.

(Ah, a me il libro è piaciuto assai.)

(*) Cfr. "Le copertine di Urania", in "Tu, sanguinosa infanzia"

Saturday, January 05, 2008

Gaddis, "Agapē, agape"

Ovvero: il senso dell'opera d'arte individuale nel mercato massificato della cultura

Rileggo una mia recensione di qualche anno fa (sul libro postumo di William Gaddis, "Agapē
, agape", tutt'ora non tradotto in italiano) e mi accorgo di come contenga spunti ancora stimolanti (il libro, non la rece). Mi pare persino che le parole di Gaddis prefigurino un uso del web per la letteratura e l'arte ancora oggi non raggiunto. Mi accorgo infine di aver completamente dimenticato ciò che mi era parso valido quando ho scritto la rece, che perciò ripropongo qui.

Lo straordinario, ultimo testo di William Gaddis esce ad alcuni anni dalla morte dell'autore (avvenuta alla fine del 1998), per sua esplicita volontà.
È un monologo di circa 90 pagine in cui uno scrittore malato terminale di enfisema polmonare (come Gaddis) cerca di ricapitolare e mettere insieme un testo al quale ha lavorato per decenni, un testo che doveva essere una storia della pianola meccanica negli USA come emblema della massificazione e devastazione della creazione artistica.

L'impianto autoreferenziale e autobiografico è fin troppo evidente fin dall'inizio: Gaddis raccolse davvero materiale su quell'argomento per almeno 40 anni, una quantità enorme di materiale per un'opera che poi decise di trasformare in un breve romanzo, "Agapē, agape", appunto.
In questa scelta - così come nella costruzione autoreferenziale - è contenuto in parte il senso del testo e le tesi che sostiene: la rinuncia a scrivere un testo desiderato per tutta la vita esemplifica infatti il soccombere dell'artista singolo di fronte alla società tecnologicamente massificata; e tuttavia questa rinuncia non è una sconfitta, come si deduce dalla ultime pagine del testo.

Il protagonista di "Agapē, agape" denuncia dunque l'uccisione dell'artista per effetto della tecnologia, della massificazione del gusto, della democrazia: una tesi indubbiamente elitarista e reazionaria, e certamente non nuova (Eliot, Pound, Jünger, Zumthor si muovono su corde simili, per citare i primi che mi vengono in mente):
"...because that's what it's about, that's what my work is about, the collapse of everything, of meaning, of language, of values, of art, disorder and dislocation wherever you look..."
E ancora: "...where individual is lost, the unique is lost, where authenticity is lost not just authenticity but the whole concept of authenticity, that love for the beautiful creation before it's created that that, (...) That natural merging of created life in this creation in love that transcends it, a celebration of the love that created it they called agape, that love feast in the early church, yes."

La tesi apocalittico-elitarista per cui l'arte massificata può solo soddisfare l'entertainment e la tecnologia ha permesso ciò (Gaddis cita vari autori, persino Flaubert quando dice "L'unico sogno della democrazia è di elevare il proletariato al livello di stupidità della borghesia") è radicale e non nuova, appunto - tanto meno condivisibile.

Ma il senso del testo di Gaddis, IMHO, non è questo.

Il suo citare Tolstoj (La sonata a Kreutzer), Melville (Moby Dick), Bernhard (Il soccombente, vero modello ispiratore di Agape, agape, tanto che Gaddis scrive nei suoi appunti che sembra che Bernhard abbia rubato le sue idee ancora prima che lui le avesse), du Maurier (Trilby), Huizinga, Freud etc. non serve ad argomentare quella tesi bensì a indicare la affinità tra menti diverse in epoche diverse e la fratellanza (agàpe, nel contesto) tra queste individualità che è il risultato ancora possibile della creazione artistica - risultato e motore ancora possibile, anche oggi, della creazione artistica.

"...they'd say I'm afraid of the death of the élite because it means the death of me of course I can't really blame them, I've been wrong about everything in my life it's all been fraud and fiction, let everybody down except my daughters..."
Gaddis parla di sé, in realtà. E nelle ultime pagine il gioco del racconto autoreferenziale svanisce ed è l'autore che parla direttamente al lettore, senza più gioco o ironia (forse da ciò, anche, è venuta l'esigenza di imporre alcuni anni di attesa, dopo la sua morte, prima di pubblicare il testo).

Alcuni versi di Michelangelo (presenti in tutte le opere di Gaddis) esplicitano questo riferimento autobiografico: "O Dio, o Dio, o Dio/ Chi m'ha tolto a me stesso/ Ch'a me fusse più presso/ O più di me potessi, che poss'io?/ O Dio, o Dio...".
Lo scrittore anziano e malato, di fronte alla stesura di un'opera che deve rinunciare a scrivere, punta l'attenzione su quel "se stesso che avrebbe potuto fare di più", sulle possibilità di un artista da giovane frustrate dal mercato tecnologicamente massificato. Frustrate perché? Forse per aver cercato il consenso e l'immortalità in un'epoca in cui ciò è impossibile se non rinunciando a se stessi, appunto ("Quale immortalità se oggi c'è una nuova generazione ogni 4 giorni?", dice Gaddis).

La sconfitta individuale (del Soccombente Friedrich o dello scrittore di "Trilby" Svengali; ma anche di Gaddis che scrive "Il mio primo libro è diventato il mio nemico") è dunque frutto di un'ambizione troppo egocentrica e soprattutto male indirizzata: non il mercato massificato può fruire dell'opera creata dal "se stesso che può fare di più", ma proprio l'autore e soprattutto altri uomini con una sensibilità affine alla sua. In questo senso l'opera d'arte senza compromessi ha ancora senso.
Una tesi fino in fondo elitarista, senza dubbio, ma che assume credibilità come 'confessione' individuale (per di più sul letto di morte).
Oltre a tutto ciò, non bisognerà scordare di dire che "Agapē, agape" è un libro bellissimo.

Monday, November 05, 2007

La governante di Jevons


Mi fa un po' fatica, scrivere le recensioni.
In ogni modo questa è facile: "La governante di Jevons - Storie di precursori dimenticati", di Paolo Albani, è un libricino di racconti che si raccontano volentieri; anzi, basta raccontarli, per recensire.

Sono 22 storie brevissime (2, 3 pagine) che descrivono appunto gli immaginari precursori di personaggi o vicende reali. Sono storie divertenti e surreali, in forma di parodie di scritti scientifici, storici, giornalistici. Come già dissi, è un libro che mi ha ricordato subito "Cantatrix Sopranica L" di Perec (che evidentemente ne è precursore).

Oltre a riassumere le 22 storie ci sarebbe anche da dir qualcosa sul concetto di precursore, su come le grandi opere letterarie e artistiche (almeno in epoca moderna) creino i propri precursori; però non vorrei appesantire. Per la stessa ragione non entro nel merito, per ora, del carattere oulipiano-ma-anche-fiabesco dei racconti di Albani.
Quindi, le storie:

L'improbabile fisico americano James Balmer-Kress (mi piacerebbe fare anche un'esegesi dei nomi citati/inventati da Albani, chiusa parentesi) mette in piedi nel 1899 un esperimento per verificare il cosiddetto effetto farfalla. Alla lettera. Mette in gabbia tot farfalle, studia un metodo per farle agitare e poi controlla gli eventi climatici in Indonesia, valutando statisticamente le eventuali variazioni.

Due pionieri della Psicologia definiscono gli Stati di Incertezza propri dell'essere umano. Esempi: la Ring Uncertainty è il dubbio sul se rispondere o no al telefono mentre si guarda un film o si fa la doccia; la Meteoropatic Uncertainty descrive l'assillo sul prendere o no l'ombrello uscendo di casa in giornata nuvolosa; etc.

Il critico Reinhard Koch dedica uno studio e un catalogo ai Pittori della Domenica, definendone accuratamente la tipologia e le individualità.

Non si tratta di precursori ma di una stupenda e feroce satira della rivista d'arte Flash Art: viene descritta l'ascesa al successo della rivista Cash Art (rotfl!).

Manlio Traversari viene arrestato per una sorta di esercizio abusivo della professione medica: egli entrava negli ospedali, si metteva un camice e poi rivelava a un visitatore di aver visto in lui i sintomi di una malattia mortale. Ciò allo scopo di indurre nelle sue vittime una maggior cura per sé stessi.

Peter Kien, il celebre sinologo protagonista di "Auto da fé" di Canetti, scrive una "Caratteriologia dei pantaloni". Il pittore Schlimm scrive a sua volta un trattato: "L'anima dei calzini"; egli dedica del resto tutta la sua attività artistica a dipingere calzini.

Nel 1877 la "Alfred Lerner & Sons", fabbrica inglese di posate, commissiona una ricerca all'Institute of Human Research "Wilfred Alcott" riguardante la scomparsa delle posate, ovvero come, quando e quanto vanno smarriti i singoli pezzi di un servizio di posate in una famiglia.

Le ricerche bizzarre (quelle dei Premi Ignobel, per intendersi) hanno una lunga storia e casistica (e aneddotica, soprattutto). Tra i precursori del genere si ricorda William Stanley Jevons (1835-1882), economista, autore e sostenitore di una teoria secondo la quale c'è una corrispondenza tra i cicli delle macchie solari e le crisi economiche. L'intuizione venne a Jevons da una lettera della sua governante...

Antonio Polidori, Commissario della Polizia di Stato negli anni '70, si specializza nella caccia ai non-assassini: quando avviene un delitto nella sua zona di competenza, dopo che è stato trovato il colpevole egli indaga sul maggior numero possibile di persone nell'area del delitto per scoprire - o far confessare - che ognuno di essi è un non-assassino riguardo a quel delitto.

Il ceppo influenzale detto la Birmana colpì nel 1994 larghe fasce della popolazione con i suoi sintomi del tutto singolari: la Birmana induceva infatti la perdita della percezione spaziale e del coordinamento motorio.

La poesia e la vita demenziale di Learco Pignagnoli sono descritte dai suoi versi e da molti aneddoti. Il Pignagnoli non è per altro un'invenzione di Albani: la sua bizzarra non-esistenza è già stata ampiamente documentata da Paolo Nori e dai suoi amici di Parma (i Bogoncelli). Il precursore del Pignagnoli è del resto Nello Bogoncello, immortalato in varie fanzine anni '90.

Il poeta australiano Norman Steele è il precursore di molti scrittori che, ad un certo punto della loro vita e carriera, scompaiono, fanno perdere le loro tracce. Steele, all'età di 42 anni, fa redigere da un notaio un Atto di Distacco in cui dichiara di non voler più avere a che fare con tutti i suoi amici e parenti; il notaio dovrà notificare l'atto a tutti gli interessati.

Sandro Bartolini è precursore della stampa scandalistica inventata. Tra i suoi scoop: Brigitte Bardot era un uomo; Walt Disney girò i primi film porno della storia; Churchill e Giorgio VI amavano vestirsi da donna - insieme.

Mario Lo Diacono scrive stroncature di opere (anche celebri) dichiarando di non averle mai lette.

Il signor Salvatore Mastropasqua prova ad iniziare un'attività professionale come "assaggiatore di parole" - precursore di editor troppo zelanti.

Alfonsina Lotti e Giuliano Brogi si fanno operare per diventare due gemelli siamesi - cuciti insieme.

Nel 1857 il piccolo Giampiero, onanista incallito e impenitente, diventa cieco.

Nel 1823 Stefan Norwid studia, sul campo, gli abitanti delle isole Grotriand e la loro lingua; la particolarità di tale lingua consiste nel fatto che concetti opposti si indicano con la medesima parola.

Calogero Furlan è un uomo così sensibile che, per esempio, non cava i tappi di sughero per non trafiggere il sughero; protegge le ragnatele con coperte; traccia corsie preferenziali sul suo terreno per le lumache; mette reti attorno agli alberi dove le foglie possano cadere senza farsi male.

Gerolamo Di Gerolami esaspera i suoi famigliari con lamenti sempre uguali e regolarmente ripetuti. Finché un giorno non smette di colpo.

L'Università di Genova organizza un convegno su "Felice Corsetti, un precursore dell'idea di poesia come verità". La storia dimostra che aveva torto.

Un anziano professore di Busto Arsizio fonda l'ANPNR, Associazione Nazionale Precursori Non Riconosciuti.

Wednesday, July 18, 2007

Mura, "Giallo su giallo"

Ho notato che gli autori degli ultimi tre libri che ho letto si somigliano. Cioè, non è che si somiglino davvero; però in qualche modo si somigliano.
Intanto Gianni Mura, Giampaolo Dossena e Gianni Clerici sono tutti e tre over 60 - anzi, gli ultimi due sono over 75. Chiaro, io invecchio e l'età dei miei numi di pari passo s'allontana. Parecchi sono persino morti.


Ma qua vorrei scrivere del libro di Mura, "Giallo su giallo"; la sinossi dei tre Gianni la farò un'altra volta. Son convinto comunque che loro andrebbero molto d'accordo, in un ipotetico cenacolo.

Gianni Mura, dicevo. Chi legge La Repubblica lo conosce; forse lo apprezza. Sicuramente conosce la sua rubrica settimanale, "Sette giorni di cattivi pensieri": un corsivo che commenta i fatti salienti della settimana; soprattutto fatti sportivi (Mura scrive di sport), ma con frequenti e ampie incursioni nella politica, l'enologia, l'enigmistica, la cronaca. commenti molto divertenti e spesso molto amari; quasi sempre condivisibili - almeno per me.

Del resto è per questo che ho comprato e letto il suo "Giallo su giallo", nonostante si presenti come un giallo (ma va'!?). Mi è anche piaciuto, benché non sia in effetti un giallo in senso classico. (Spiegazione dell'apparente contraddizione: io non leggo i gialli, però mi piacciono.)

Intanto il protagonista è l'autore medesimo, Gianni Mura, gornalista inviato al Tour de France 2005 (il secondo giallo del titolo). Quando mai s'è visto un giallo autobiografico, seppure con trama di fantasia? Invece qua i fatti avvengono proprio al Tour e a Gianni Mura che ancora una volta lo segue da inviato, da suiveur. In effetti il romanzo si svolge tra giornalisti, corridori, organizzatori. Mura segue il Tour dal '67, quell'ambiente lo conosce benino. Ricordi, digressioni, zingarate e gossip riguardo al Tour, ai suoi personaggi, al suo mondo costituiscono in effetti la parte maggiore (e migliore) di questo libro. Perché Gianni Mura non conosce bene solo il Tour, ma anche la Francia, la sua cultura, i suoi paesi e villaggi, gli chansonnier e i poeti; e poi i suoi vini e i suoi cibi. Del resto Mura - che è della scuola di Gianni Brera - tiene persino, con la moglie, una rubrica gastronomica sul Venerdì.

Dunque per ogni tappa c'è un ristorante, una specialità, un vino, un distillato, un paesaggio. Del resto fare il giornalista (lo disse Barzini, mi pare) è sempre meglio che lavorare.

Ma soprattutto ad ogni tappa l'inviato della Repubblica deve mandare il suo pezzo. E Mura li mette tutti, i suoi articoli dal Tour, nel romanzo. Articoli immaginari, chiaramente. Perché in "Giallo su giallo" ci sono personaggi immaginari, personaggi reali con nome e cognome reale, e personaggi col nome cambiato però riconoscibili. Il gioco di riconoscere se c'è qualcuno dietro ad ogni nome, e chi è, è un'altra godibile peculiarità del giallo. Facile capire che dietro a Bill Sheldon, americano che si appresta a vincere il 7° Tour dopo aver sconfitto il cancro, c'è Lance Armstrong; che dietro al kazako Kapetanov c'è Vinokourov (oggi 21° dopo 9 tappe del Tour 2007); che dietro al danese Jorgensen, detto "il pollo" per via delle gambe esili, c'è l'attuale maglia gialla, Rasmussen; che dietro all'italiano Valli c'è Basso, attualmente squalificato per doping.
Sì perché ho letto questo libro proprio durante il Tour de France in corso, seguìto da Gianni Mura per La Repubblica. Per qualche giorno ho letto gli articoli immaginari di Mura sul Tour 2005 e gli articoli reali di Mura sul Tour 2007. Non fosse che Armstrong s'è ritirato l'anno scorso, avrei potuto facilmente confondere le due cronache.

Questo post è già superlungo. Aggiungo solo che questa lettura mi ha fatto capire una cosa che sapevo già (succede): che quella prosa lì, quella giornalistica, asciutta e fatta di periodi brevi e densi, ha una potenzialità letteraria enorme e capace di passare dalla ludolinguistica alla cronaca senza cesure e senza retorica. Lo sapevo già e ora lo so.

Tuesday, February 06, 2007

The good people

di David Foster Wallace

They were up on a picnic table at that park by the lake, by the edge of the lake, with part of a downed tree in the shallows half hidden by the bank. Lane A. Dean, Jr., and his girlfriend, both in bluejeans and button-up shirts. They sat up on the table’s top portion and had their shoes on the bench part that people sat on to picnic or fellowship together in carefree times. They’d gone to different high schools but the same junior college, where they had met in campus ministries. It was springtime, and the park’s grass was very green and the air suffused with honeysuckle and lilacs both, which was almost too much. There were bees, and the angle of the sun made the water of the shallows look dark. There had been more storms that week, with some downed trees and the sound of chainsaws all up and down his parents’ street. Their postures on the picnic table were both the same forward kind with their shoulders rounded and elbows on their knees. In this position the girl rocked slightly and once put her face in her hands, but she was not crying. Lane was very still and immobile and looking past the bank at the downed tree in the shallows and its ball of exposed roots going all directions and the tree’s cloud of branches all half in the water. The only other individual nearby was a dozen spaced tables away, by himself, standing upright. Looking at the torn-up hole in the ground there where the tree had gone over. It was still early yet and all the shadows wheeling right and shortening. The girl wore a thin old checked cotton shirt with pearl-colored snaps with the long sleeves down and always smelled very good and clean, like someone you could trust and care about even if you weren’t in love. Lane Dean had liked the smell of her right away. His mother called her down to earth and liked her, thought she was good people, you could tell—she made this evident in little ways. The shallows lapped from different directions at the tree as if almost teething on it. Sometimes when alone and thinking or struggling to turn a matter over to Jesus Christ in prayer, he would find himself putting his fist in his palm and turning it slightly as if still playing and pounding his glove to stay sharp and alert in center. He did not do this now; it would be cruel and indecent to do this now. The older individual stood beside his picnic table—he was at it but not sitting—and looked also out of place in a suit coat or jacket and the kind of men’s hat Lane’s grandfather wore in photos as a young insurance man. He appeared to be looking across the lake. If he moved, Lane didn’t see it. He looked more like a picture than a man. There were not any ducks in view.

One thing Lane Dean did was reassure her again that he’d go with her and be there with her. It was one of the few safe or decent things he could really say. The second time he said it again now she shook her head and laughed in an unhappy way that was more just air out her nose. Her real laugh was different. Where he’d be was the waiting room, she said. That he’d be thinking about her and feeling bad for her, she knew, but he couldn’t be in there with her. This was so obviously true that he felt like a ninny that he’d kept on about it and now knew what she had thought every time he went and said it—it hadn’t brought her comfort or eased the burden at all. The worse he felt, the stiller he sat. The whole thing felt balanced on a knife or wire; if he moved to put his arm up or touch her the whole thing could tip over. He hated himself for sitting so frozen. He could almost visualize himself tiptoeing past something explosive. A big stupid-looking tiptoe, like in a cartoon. The whole last black week had been this way and it was wrong. He knew it was wrong, knew something was required of him that was not this terrible frozen care and caution, but he pretended to himself he did not know what it was that was required. He pretended it had no name. He pretended that not saying aloud what he knew to be right and true was for her sake, was for the sake of her needs and feelings. He also worked dock and routing at UPS, on top of school, but had traded to get the day off after they’d decided together. Two days before, he had awakened very early and tried to pray but could not. He was freezing more and more solid, he felt like, but he had not thought of his father or the blank frozenness of his father, even in church, which had once filled him with such pity. This was the truth. Lane Dean, Jr., felt sun on one arm as he pictured in his mind an image of himself on a train, waving mechanically to something that got smaller and smaller as the train pulled away. His father and his mother’s father had the same birthday, a Cancer. Sheri’s hair was colored an almost corn blond, very clean, the skin through her central part pink in the sunlight. They’d sat here long enough that only their right side was shaded now. He could look at her head, but not at her. Different parts of him felt unconnected to each other. She was smarter than him and they both knew it. It wasn’t just school—Lane Dean was in accounting and business and did all right; he was hanging in there. She was a year older, twenty, but it was also more—she had always seemed to Lane to be on good terms with her life in a way that age could not account for. His mother had put it that she knew what it is she wanted, which was nursing and not an easy program at Peoria Junior College, and plus she worked hostessing at the Embers and had bought her own car. She was serious in a way Lane liked. She had a cousin that died when she was thirteen, fourteen, that she’d loved and been close with. She only talked about it that once. He liked her smell and her downy arms and the way she exclaimed when something made her laugh. He had liked just being with her and talking to her. She was serious in her faith and values in a way that Lane had liked and now, sitting here with her on the table, found himself afraid of. This was an awful thing. He was starting to believe that he might not be serious in his faith. He might be somewhat of a hypocrite, like the Assyrians in Isaiah, which would be a far graver sin than the appointment—he had decided he believed this. He was desperate to be good people, to still be able to feel he was good. He rarely before now had thought of damnation and Hell—that part of it didn’t speak to his spirit—and in worship services he more just tuned himself out and tolerated Hell when it came up, the same way you tolerate the job you’ve got to have to save up for what it is you want. Her tennis shoes had little things doodled on them from sitting in her class lectures. She stayed looking down like that. Little notes or reading assignments in Bic in her neat round hand on the rubber elements around the sneaker’s rim. Lane A. Dean, looking now at her inclined head’s side’s barrettes in the shape of blue ladybugs. The appointment was for afternoon, but when the doorbell had rung so early and his mother’d called to him up the stairs, he had known, and a terrible kind of blankness had commenced falling through him.

He told her that he did not know what to do. That he knew if he was the salesman of it and forced it upon her that was awful and wrong. But he was trying to understand—they’d prayed on it and talked it through from every different angle. Lane said how sorry she knew he was, and that if he was wrong in believing they’d truly decided together when they decided to make the appointment she should please tell him, because he thought he knew how she must have felt as it got closer and closer and how she must be so scared, but that what he couldn’t tell was if it was more than that. He was totally still except for moving his mouth, it felt like. She did not reply. That if they needed to pray on it more and talk it through, then he was here, he was ready, he said. The appointment could get moved back; if she just said the word they could call and push it back to take more time to be sure in the decision. It was still so early in it—they both knew that, he said. This was true, that he felt this way, and yet he also knew he was also trying to say things that would get her to open up and say enough back that he could see her and read her heart and know what to say to get her to go through with it. He knew this without admitting to himself that this was what he wanted, for it would make him a hypocrite and liar. He knew, in some locked-up little part of him, why it was that he’d gone to no one to open up and seek their life counsel, not Pastor Steve or the prayer partners at campus ministries, not his UPS friends or the spiritual counselling available through his parents’ old church. But he did not know why Sheri herself had not gone to Pastor Steve—he could not read her heart. She was blank and hidden. He so fervently wished it never happened. He felt like he knew now why it was a true sin and not just a leftover rule from past society. He felt like he had been brought low by it and humbled and now did believe that the rules were there for a reason. That the rules were concerned with him personally, as an individual. He promised God he had learned his lesson. But what if that, too, was a hollow promise, from a hypocrite who repented only after, who promised submission but really only wanted a reprieve? He might not even know his own heart or be able to read and know himself. He kept thinking also of 1 Timothy and the hypocrite therein who disputeth over words. He felt a terrible inner resistance but could not feel what it was that it resisted. This was the truth. All the different angles and ways they had come at the decision together did not ever include it—the word—for had he once said it, avowed that he did love her, loved Sheri Fisher, then it all would have been transformed. It would not be a different stance or angle, but a difference in the very thing they were praying and deciding on together. Sometimes they had prayed together over the phone, in a kind of half code in case anybody accidentally picked up the extension. She continued to sit as if thinking, in the pose of thinking, like that one statue. They were right up next to each other on the table. He was looking over past her at the tree in the water. But he could not say he did: it was not true.

But neither did he ever open up and tell her straight out he did not love her. This might be his lie by omission. This might be the frozen resistance—were he to look right at her and tell her he didn’t, she would keep the appointment and go. He knew this. Something in him, though, some terrible weakness or lack of values, could not tell her. It felt like a muscle he did not have. He didn’t know why; he just could not do it, or even pray to do it. She believed he was good, serious in his values. Part of him seemed willing to more or less just about lie to someone with that kind of faith and trust, and what did that make him? How could such a type of individual even pray? What it really felt like was a taste of the reality of what might be meant by Hell. Lane Dean had never believed in Hell as a lake of fire or a loving God consigning folks to a burning lake of fire—he knew in his heart this was not true. What he believed in was a living God of compassion and love and the possibility of a personal relationship with Jesus Christ through whom this love was enacted in human time. But sitting here beside this girl as unknown to him now as outer space, waiting for whatever she might say to unfreeze him, now he felt like he could see the edge or outline of what a real vision of Hell might be. It was of two great and terrible armies within himself, opposed and facing each other, silent. There would be battle but no victor. Or never a battle—the armies would stay like that, motionless, looking across at each other, and seeing therein something so different and alien from themselves that they could not understand, could not hear each other’s speech as even words or read anything from what their face looked like, frozen like that, opposed and uncomprehending, for all human time. Two-hearted, a hypocrite to yourself either way.

When he moved his head, a part of the lake further out flashed with sun—the water up close wasn’t black now, and you could see into the shallows and see that all the water was moving but gently, this way and that—and in this same way he besought to return to himself as Sheri moved her leg and started to turn beside him. He could see the man in the suit and gray hat standing motionless now at the lake’s rim, holding something under one arm and looking across at the opposite side where a row of little forms on camp chairs sat in a way that meant they had lines in the water for crappie—which mostly only your blacks from the East Side ever did—and the little white shape at the row’s end a Styrofoam creel. In his moment or time at the lake now just to come, Lane Dean first felt he could take this all in whole: everything seemed distinctly lit, for the circle of the pin oak’s shade had rotated off all the way, and they sat now in sun with their shadow a two-headed thing in the grass before them. He was looking or gazing again at where the downed tree’s branches seemed to all bend so sharply just under the shallows’ surface when he was given to know that through all this frozen silence he’d despised he had, in truth, been praying, or some little part of his heart he could not hear had, for he was answered now with a type of vision, what he would later call within his own mind a vision or moment of grace. He was not a hypocrite, just broken and split off like all men. Later on, he believed that what happened was he’d had a moment of almost seeing them both as Jesus saw them—as blind but groping, wanting to please God despite their inborn fallen nature. For in that same given moment he saw, quick as light, into Sheri’s heart, and was made to know what would occur here as she finished turning to him and the man in the hat watched the fishing and the downed elm shed cells into the water. This down-to-earth girl that smelled good and wanted to be a nurse would take and hold one of his hands in both of hers to unfreeze him and make him look at her, and she would say that she cannot do it. That she is sorry she did not know this sooner, that she hadn’t meant to lie—she agreed because she’d wanted to believe that she could, but she cannot. That she will carry this and have it; she has to. With her gaze clear and steady. That all night last night she prayed and searched inside herself and decided this is what love commands of her. That Lane should please please sweetie let her finish. That listen—this is her own decision and obliges him to nothing. That she knows he does not love her, not that way, has known it all this time, and that it’s all right. That it is as it is and it’s all right. She will carry this, and have it, and love it and make no claim on Lane except his good wishes and respecting what she has to do. That she releases him, all claim, and hopes he finishes up at P.J.C. and does so good in his life and has all joy and good things. Her voice will be clear and steady, and she will be lying, for Lane has been given to read her heart. To see through her. One of the opposite side’s blacks raises his arm in what may be greeting, or waving off a bee. There is a mower cutting grass someplace off behind them. It will be a terrible, last-ditch gamble born out of the desperation in Sheri Fisher’s soul, the knowledge that she can neither do this thing today nor carry a child alone and shame her family. Her values blocked the way either way, Lane could see, and she has no other options or choice—this lie is not a sin. Galatians 4:16, Have I then become your enemy? She is gambling that he is good. There on the table, neither frozen nor yet moving, Lane Dean, Jr., sees all this, and is moved with pity, and also with something more, something without any name he knows, that is given to him in the form of a question that never once in all the long week’s thinking and division had even so much as occurred—why is he so sure he doesn’t love her? Why is one kind of love any different? What if he has no earthly idea what love is? What would even Jesus do? For it was just now he felt her two small strong soft hands on his, to turn him. What if he was just afraid, if the truth was no more than this, and if what to pray for was not even love but simple courage, to meet both her eyes as she says it and trust his heart?

Saturday, August 19, 2006

Marco Lodoli, "La notte"

Racconto lungo di Lodoli, meno surreale - un po' meno - di altre sue cose; ben scritto, come sempre, con il consueto, abile equilibrismo tra lirismo e ironia, assicurato anche stavolta dagli elementi di irrealtà contenuti nella vicenda.

La vicenda è esile: si racconta in flash back la storia di Constantino,
mentre costui viene portato in giro per Roma, di notte, da due figuri,
dipendenti come lui del misterioso Pazzo; e Costantino pensa che i due siano incaricati di ucciderlo. Il protagonista è un uomo inquieto, semplice, ingenuo (un po' deficiente, diciamolo), attraverso le cui sensazioni Lodoli tesse descrizioni e immagini che, assieme all'equilibrio della lingua, sono la sostanza di questo breve
romanzo.

Costantino consegna pacchetti per conto di questo misterioso Pazzo -
presumibilmente una specie di boss - che gli manda le istruzioni su foglietti scritti con una prosa ampollosa e talvolta filosofeggiante. In séguito Costantino viene incaricato di curare il parco della villa del Pazzo, parco dal quale non può uscire; e gli vengono affidati prima un cavallo, poi un falco, infine un lamantino di cui Costantino si innamora.
L'innamoramento con questa sirena è la situazione che, più di ogni altra, evidenzia il conflitto tra il mondo interiore, surreale, di Costantino e la crudezza della realtà in cui vive. Inoltre questa ambigua e impossibile 'relazione' non può non ricordarmi i rapporti tra i marinai e i meravigliosi e indefiniti esseri marini in La stiva e l'abisso di Michele Mari.

Taccio l'esito, ancora più surreale.

Come ho già detto, Lodoli continua a giocare con l'ambiguità tra lo scrivere non-storie (incentrando il suo lavoro su toni, atmosfere e descrizioni) e il
rifiuto di fare formalismo tout court. In La notte però questo
equilibrio si sposta a favore del lirismo e della coerenza della trama;
quindi meno ironia, meno invenzione, meno situazioni fantastiche. E il
risultato è forse più debole (rispetto per esempio a Il vento).
Resta un percorso sicuramente originale, nel panorama letterario italiano.
(Grazioso dipinto di Di Stasio in copertina (non dei peggiori).)


Postilla: a ripensarci adesso, diversi anni dopo aver scritto questa scheda, La notte me lo ricordo assai migliore di quanto non appaia qui sopra. Evidentemente quella scrittura è capace di lasciare certi ricordi e certe impressioni, e non è una cosa da poco.

Papiro e moschetto

Settecento e rotte pagine più appendici e indici corposi. "Il papiro di Dongo" (Adelphi), ultima e recente opera di Luciano Canfora, è un librone. Un librone che parla della storia della Papirologia italiana durante il Ventennio e fino ai primi anni '50.
Argomento molto specialistico, no? Roba strettamente riservata ai filologi, parrebbe. Eppure io che di papirologia non sapevo niente, di filologia pressoché idem, l'ho letto rapidamente e con soddisfazione (e nemmeno sono culturalmente masochista, almeno in questo caso). Come mai? Me lo sono chiesto.

Il libro di Canfora è un libro di storia a tutti gli effetti; il resoconto di una ricerca storica puntuale e meticolosa, col minuzioso esame comparativo delle fonti e tutti gli altri crismi. E tuttavia è anche un grande racconto: senza nulla concedere all'aspetto narrativo o all'aneddotica, Canfora ripercorre le vicende professionali, politiche e - in parte - personali dei maggiori filologi italiani di quel periodo: il lavoro sui papiri (trascrizioni e traduzioni), i contatti internazionali, gli scavi archeologici, le lotte e le bassezze finalizzate al prestigio personale e alla gestione delle cariche accademiche e delle cattedre.
"Il papiro di Dongo" esamina soltanto queste vicende. Tuttavia è avvincente. Come mai?
La risposta che mi do non sta solo nella capacità narrativa di Luciano Canfora (che di opere divulgative e ne ha scritte tante); no, secondo me la risposta sta nel fatto banale ma raramente ricordato che la storiografia è anche narrazione; è cronaca; è racconto. Il rigore scientifico e l'obbiettività non escludono necessariamente questo aspetto: la storiografia è narrazione, e può esserlo anche quando è fatta bene (non solo, cioè, quando è mistificazione ideologica).
Certo, le vicende narrate, in questo caso, hanno in sé una certa ricchezza: principalmente il fatto che si inseriscono nel Fascismo, nell'amministrazione delle Università da parte del regime, nei maneggi di potere per ottenere fondi, promozioni, cattedre, pubblicazioni. Non a caso i personaggi costantemente sullo sfondo delle vicende narrate sono Gentile e Bottai, ovvero il filosofo più vicino al regime mussoliniano e il ministro della cultura fascista.

In primo piano, invece, ci sono i filologi: Medea Norsa, Girolamo Vitelli (fino alla sua morte nel 1932), Goffredo Coppola, Achille Vogliano. Nelle storie di questi studiosi di fama internazionale ci sono anche due diversi modi di rapportarsi con il regime: quello di chi cerca di avvicinarvisi il più possibile e cavarne vantaggi personali (Coppola, Vogliano) e quello di chi lo accetta chiudendo gli occhi e cercando di non averne svantaggi (ma senza entusiamo). Il campione dell'opportunismo, della meschinità, della scorrettezza e dell'ambizione è Achille Vogliano: dopo averne lette le 'gesta' durante il Ventennio, fa veramente impressione vedere il modo in cui, dopo il 25 aprile '45, tenta di difendersi dall'epurazione e di riciclarsi in un memoriale che Canfora analizza spietatamente (per altro sia Vogliano che moltissimi altri accademici italiani profondamente compromessi col regime fascista riescono a uscire alla fine sostanzialmente intoccati dal cambio di regime).
Tra quelli che dal Fascismo rimasero distanti, pur senza opporvisi, ci sono invece Girolamo Vitelli (decano dei papirologi italiani, già senatore giolittiano e 73enne all'epoca della marcia su Roma) e la sua allieva e collaboratrice Medea Norsa; quest'ultima è una figura che esce davvero gigantesca dalla ricostruzione di Canfora; e tuttavia, dopo la morte di Vitelli, sarà continuamente mortificata e ostracizzata (pur essendo la maggiore studiosa nel suo campo, non avrà mai una cattedra e finirà cacciata senza ragione anche dall'Istituto papirologico fiorentino ove aveva lavorato tutta la vita), e ciò accadrà solo in minima parte a causa dell'origine ebrea del padre (le peripezie burocratiche che la Norsa affronta per uscire indenne dalle leggi razziali del '39 hanno del grottesco: una perla è la richiesta, da parte del Ministero di Bottai, del certificato di nascita della madre per stabilirne "l'italianità": senonché la madre della Norsa, triestina, è nata e morta in territorio asburgico ancora 'irredento'!)
L'ultimo protagonista dello spaccato storico di Canfora è Goffredo Coppola. E' un caso a sé stante: arrivista e ambizioso ma anche sinceramente entusiasta sia nelle idee politiche che nel lavoro filologico, Coppola è per molti anni vicino al suo maestro Vitelli e alla Norsa. Ma è anche sempre più legato al Fascismo; e dal '37-'38 la sua ascesa politica nel regime è costante, non solo come corsivista del "Popolo d'Italia" (dove pubblica articoli così violentemente antisemiti da far impallidire Goering) ma anche come dirigente politico spietato e cinico; soprattutto dopo l'8 settembre 1943 e nella breve parabola della RSI. Infatti Coppola, ormai considerato un cieco fanatico anche all'interno del Partito Fascista, muore fucilato a Dongo assieme ai dirigenti superstiti della Repubblica Sociale (ma anche per lui non mancherà un tentativo di riabilitazione postuma - politica e non professionale -già nei primi anni del dopoguerra). E' ovvio aggiungere che la sua amicizia e collaborazione con la Norsa diventa ostilità a partire dal '37-38.
Ed è nel quadro di questa amicizia divenuta ostilità che si percorre infine la vicenda dell'ultimo protagonista del libro di Canfora: il papiro che dà il titolo all'opera. In realtà questi frammenti delle "Elleniche" sono più che altro un casus belli, sia sul fronte accademico che su quello dei rapporti personali: ne lascio la vicenda, dal ritrovamento nel '33 al dopoguerra, agli eventuali lettori; così come lascio volentieri a chi lavora nell'università il raffronto tra la meschinità di quegli anni e la situazione attuale: si invita semmai a darne spassionato resoconto.

Tuesday, August 01, 2006

Francesco Guccini, "Croniche epafàniche" e "Vacca d'un cane"

Dei primi due volumi di affabulazioni autobiografiche del pavanese/modenese Guccini è difficile che io possa parlare con una qualche obiettività, a causa dell'affetto che porto per certi dei luoghi, delle cose, della cultura narrata. Pazienza.
In Croniche epafàniche il Guccini racconta l'infanzia pavanese (Guccini è del '40), nel mulino degli zii, durante la guerra e un po' anche dopo (molte estati là trascorse, anche dopo il trasloco in Modena). Non c'è una storia e nemmanco un filo cronologico, nel racconto; o, se ce n'è, si perde in un divagare per aneddoti, parentame, oggetti, parole, sapori (e non sto parlando di un difetto, per questo che fu il primo libro vero e proprio del cantautore emiliano).
Ci sono gli americani, che arrivano e portano e lasciano tonnellate di roba (per lo più esplosiva, ma mica solo quella); roba usata e riciclata poi per anni, in molteplici usi. Degli americani 'un si butta via nulla, si direbbe. ("Poi la guerra è finita, e gli americani l'hanno vinta. E noi? No, noi dice che s'è persa. Maaa?! O non si stava tutti dalla parte degli americani, noi?")
Poi c'è il fiume, il paese, le persone e la montanarità allegramente grezza e schietta che il cantastorie si porterà appresso sempre, fino ad oggi, con fiera e ironica evidenza. Il tutto nell'affabulazione ricca di dialetto (dubito che chi non conosce quella parlata là possa leggere colla giusta intonazione - ehm - semantica quel testo) che costruisce un affreschetto modesto e privo di pretenziosità (sempre la qualità maggiore del Guccini, questa mancanza di pretese) di quella che è la sua mitologia personale (quella che ciascheduno ci ha la sua, no?, e chi non ce n'ha, poeretto lui), quella dei luoghi e delle persone dell'infanzia - fortificata nel caso di FG dall'aver lasciato i luoghi della prima infanzia, e averli poi ritrovati.
E' un racconto bellissimo - sono di parte, son di quelle parti - e sa il cielo se è difficile trovare descrizioni della provincia natia che non esondino retorica e proprie seghe.
"Vacca d'un cane", il secondo libro, è invece la fanciullezza e adolescenza modenese del Noster, nella periferia di una provincia del dopoguerra, ovattata dal nebbione e doverosamente costellata delle monelerìe del ragazzino un po' grezzo ma mica fesso, e adeguatamente crudele; dalle figurine e dalle gare coi tappi fino alle ragasine, le mine; dai primi cinemi al rochenrol, co' 'sto mito americano amaramente irraggiungibile.
Fino alla luce della rivelazione, dopo la visione di un filme con Elvis: ragazzi, se facciamo un complesso anche noi si intorteranno più troglie di sicuro!
Poi verso la metropoli bulogneise, a suonicchiare nei locali e cercar figa -costante ovvia - fino alla chiusa del ragazzotto montanarprovinciale che, mentre si spella sul palco di un localino, si vede guardar di sopra in sotto da una bella mina universitariamente aristocratica che aveva frequentato, e si dice "col cazzo che farò 'sto mestiere tuta la vita!"
La dote di questi librini giocosi - sono di parte, già lo dissi - è nel modo vero, ironico e fintamente naif con cui il Guccini racconta quel suo ambiente della memoria, con quella affabulatoria poesia che sa cantarle (appunto) giuste senza darsi troppa importanza. Non è mica una prosa naif: è costruita e consapevole; però funziona, perché, come dire, lo stile aderisce come un guanto al contenuto.
L'ultimo capitolo della saga autobiografica di Francesco Guccini è "Citanova blues"; ma non l'ho mia ancora letto!